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Trump contro Assad, doppio cortocircuito a sinistra

Donald, la guerra ti fa bello

Il benservito a Stephen Bannon, ex capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, non ha tardato a produrre conseguenze importanti. L’attacco americano ai danni della Siria giunge come un fulmine a ciel sereno, dopo che, per mesi, il presidente Donald Trump era apparso molto meno incline ad ingerenze nei confronti degli stati sovrani rispetto al predecessore Barack Obama, o alla rivale nella sua corsa alla Casa Bianca Hillary Clinton. La decisione di Trump, oltre a gettare benzina sulla polveriera mediterranea, rischia di provocare un doppio cortocircuito nella sinistra italiana, la quale ha ultimamente abbandonato le complesse, ma fondamentalmente corrette, analisi geopolitiche, per gettarsi nel terreno scivoloso del tifo da stadio.

Da un lato, infatti, abbiamo la sinistra liberal, sostenitrice della Clinton e del premio Nobel (per motivi misteriosi) Obama, che identifica nei populismi e nei presunti dittatori i nemici assoluti da abbattere. Proprio qui, si genera il primo cortocircuito. Assad, per anni identificato come un barbaro sanguinario, e accusato di aver utilizzato le armi chimiche contro la sua stessa popolazione, senza concedere al presidente siriano un doveroso beneficio del dubbio, a fronte delle balle diffuse negli scorsi anni, oggetto dell’offensiva di Donald Trump, il pazzo guerrafondaio, sessista e xenofobo. Quale vessillo sventolare? Una scelta senza dubbio ardua.

Bashar-al-Assad, campione della sinistra rossobruna

Bashar-al-Assad, campione della sinistra rossobruna

Dall’altro, la sinistra cosiddetta “rossobruna” (definizione alquanto fumosa che utilizzo per comodità di espressione), che si accoda troppo spesso facilmente all’antiamericano di turno. Non stiamo parlando di chi, a parere di chi scrive, correttamente, vede nella possibile vittoria di Assad in Siria un indebolimento oggettivo dell’imperialismo, bensì dei sostenitori acritici (quelli del “senza se e senza ma”, per intenderci) dei vari Putin, Saddam, Gheddafi o chi per loro. Per costoro, la vittoria di Trump è diventata un’occasione di giubilio, non perchè la sconfitta è stata la Clinton, perfetta rappresentante dell’arroganza yankee, bensì per l’ipotetica, e non confermata dai fatti, tendenza isolazionista del presidente eletto. Una vittoria che, anziché dare vita ad una seria analisi di classe del fenomeno, si è sovente tradotta in cori da stadio di bassa lega. Anche qui, dunque, difficile togliere la sciarpa del trumpismo e recuperare un’immacolata vocazione marxista. Per fortuna, in questo caso, l’anti-americanismo di principio può tornare utile.

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Matteo Masum

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