Ci sono volute lunghe indagini, sentenze di primo grado, d’appello e di cassazione, fascicoli riaperti. Ci sono voluti nove lunghissimi anni in cui la famiglia di Stefano non ha mai mollato, in cui in molti non hanno mai smesso di cercare la verità. Quello che è successo lo scorso 11 ottobre 2018 è un passo fondamentale nella vicenda di Cucchi, il trentunenne morto il 22 ottobre 2009, a Roma, dopo essere stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti. Nell’inchiesta bis, scaturita dalla riapertura del fascicolo d’indagine nel settembre 2015, e affidata al sostituto procuratore Giovanni Musarò, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di volontà ad Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, militari dell’arma accusati di aver pestato Cucchi con violenza, facendolo cadere e procurandogli lesioni.

Quello che succede la notte del 15 ottobre 2009 e nelle giornate successive ancora non è chiaro. Ci sono solo i numeri, spenti e grigi, della salute di Stefano: 43 chilogrammi per 162 cm di altezza, un indice di massa corporea di 16.4, indicativo di uno stato di malnutrizione. Ci sono solo le immagini, tremende, che lo vedono camminare a fatica, con ematomi sotto gli occhi. Dopo la prima udienza le sue condizioni peggiorano: all’ospedale Fatebenefratelli vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe e al viso, frattura della mascella, emorragia alla vescica e al torace, due fratture all’addome e al torace. Stefano Cucchi muore all’ospedale Sandro Pertini pochi giorni dopo, pesava solo 37 kg.

Nell’udienza dello scorso 11 ottobre però c’è un colpo di scena. Uno degli imputati, Francesco Tedesco, ammette il pestaggio di Stefano, chiamando in causa i suoi colleghi Di Bernardo e D’Alessandro. Lo rivela lo stesso pm Musarò: “Il 20 giugno 2018 l’imputato Francesco Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio. Fu inoltre redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca (il maresciallo Roberto Mandolini) non ha saputo spiegare la mancanza”.

APPROFONDIMENTI  La nuova moda di mettere la verginità all'asta in Rete per fare soldi

Un vero e proprio terremoto, di quelli però positivi, che portano novità e giustizia, chiarezza e verità. “Ore 11.21. Il muro è stato abbattuto – scrive la sorella di Stefano, Ilaria, su Facebook – Ora sappiamo, e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi. Lo Stato deve chiederci scusa”.

Chi non ha chiesto scusa è stato l’ex senatore Giovanardi (“Perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Cucchi è stata la droga”), mentre il vicepremier e Ministro dell’Interno Matteo Salvini dichiara: “Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale. Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano delle forze dell’ordine”.

A lui ha risposto ancora Ilaria Cucchi: “Io trovo molto significativo il fatto che il ministro abbia riconosciuto che nel momento in cui si sbaglia, chi si macchia di simili reati e indossa una divisa, deve pagare il doppio. Questa presa di posizione è estremamente significativa”.

È lei il simbolo di questa battaglia, fatta di resistenza e tenacia, di lacrime e di pugni stretti. A lei e al suo volto da guerriera è stato dedicato un murales, a Napoli, da parte dello street artist Jorit Agoch

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.