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Liliana Segre sotto scorta

Era il gennaio del 2018 quando Liliana Segre fu nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aveva previsto un aumento esponenziale dell’attenzione su di sé, ma forse non aveva immaginato che sarebbe finita sotto scorta. E invece con un’accelerazione dovuta al numero delle minacce contro di lei, soprattutto online, la senatrice adesso sarà accompagnata all’esterno dell’abitazione di Milano da due carabinieri.

Liliana Segre, 89 anni compiuti a settembre, sopravvissuta all’Olocausto, reduce dai campi di sterminio, tesoro nazionale, è bersagliata da tempo da insulti e minacce sui social network; insulti che lei non vede – non ha account social – ma che sono noti alle forze dell’ordine. Gli insulti a Liliana Segre sono quantificati in circa duecento al giorno; perché la senatrice – donna , anziana ed ebrea – è diventata un punto focale degli haters da tastiera. Le minacce che hanno portato alla scorta però devono essere più concrete; come certi striscioni di Forza Nuova apparsi in occasione di sue uscite pubbliche a Milano.

È chiaro perché venga bersagliata. Quando Sergio Mattarella la nominò, portandola sotto i riflettori d’Italia, fu facile vedere un messaggio nella decisione del Presidente: onorare una donna che lavorava per sconfiggere ogni intolleranza. La nomina la colse di sorpresa. Il capo dello Stato la conosceva perché dal 1990, Liliana Segre, spezzando il silenzio mantenuto fino allora anche con la famiglia, ha cominciato ad andare nelle scuole per testimoniare l’orrore che ha vissuto. Da allora ha incontrato molte migliaia di ragazzi.

Aveva solo otto anni quando scoprì cosa volesse dire essere ebrea, quando nel 1938 l’abominio delle leggi razziali la espulse da scuola. Subì – come tutti i ragazzini ebrei d’Italia – l’umiliazione e il dolore di essere esclusa. La madre era morta quando Liliana aveva appena un anno; viveva con il padre Alberto in corso Magenta 55, dove oggi c’è una pietra d’inciampo a lui dedicata. Nel 1943, dopo l’armistizio, quando Milano era sotto l’occupazione nazista, Alberto cercò di scappare in Svizzera con Liliana, 13 anni, e due cugini; furono rimandati indietro dai gendarmi svizzeri, arrestati, chiusi in carcere a Varese, poi a Como, poi a San Vittore a Milano. Nel gennaio 1944, consegnati alle SS, i Segre furono deportati in Germania in un vagone piombato. Liliana venne internata a Birkenau-Auschwitz, nella sezione femminile che contava 600mila donne. Sul braccio, il numero tatuato che porta ancora: 75190.

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Il padre resistette tre mesi: morì il 27 aprile del 1944. Liliana invece sopravvisse, lavorando, facendo la fame, superando tre delle terribili ‘selezioni’ del campo, e poi nel 1945 la cosiddetta ‘marcia della morte’, quando le SS in fuga davanti all’avanzata sovietica sgombrarono Auschwitz spingendo verso il nord della Germania, a piedi, 56mila internati. A Malchow, Liliana venne liberata il 30 aprile del 1945; aveva quattordici anni e un anno e mezzo di lager alle spalle. Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz, ne sopravvissero solo 25.

Tornò, a Milano, crebbe, si sposò, ha avuto figli e nipoti. Oggi insiste: lei non odia nessuno, perché l’odio è un sentimento degradante. Ma testimonia. “Non dimentico” ha ripetuto negli ultimi giorni: né le poche gentilezze ricevute da quella bambina tremante di freddo e di fame, né le tante offese, né l’assassinio del padre; né soprattutto l’orrore inimmaginabile dello sterminio nazista che alcuni oggi hanno il coraggio di negare o minimizzare.

Oggi è sotto scorta perché in pericolo: qualcuno potrebbe passare ai fatti. Due carabinieri sorveglieranno i suoi spostamenti e la sua abitazione.

E lei, nonostante l’età, va – “finché mi reggono le forze” ripete nella sua pacata, estrema lucidità – dove viene invitata, a portare la sua parola, a ricordare: perché la memoria dovrebbe essere la nostra ricchezza e la nostra difesa.

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